InterMista a: The Dead Man In LA

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I Dead Man In L.A. sono un progetto di Francesco Favre Ippoliti, da sempre uno dei compositori della band Marylebone che dal 2003 ha prodotto 4 album.

In seguito allo scioglimento dei Marylebone decide di produrre il nuovo materiale che aveva “in cantiere”, fondando questo nuovo progetto.

il 10 Marzo 2021 è uscito il primo singolo. Il brano, autoprodotto, si intitola “Il Giorno di Polvere”. Lo potete ascoltare in fondo alla pagina.

Hanno collaborato nelle registrazioni Daniele Carbonelli e Alberto Croce, rispettivamente al basso ed alla batteria.

Li trovate su:

Bene, dopo questa breve presentazione, cominciamo la prima Slush Puppie Interview, dove le domande del blogger si mescolano a quelle cui gli artisti avrebbero voluto rispondere. Partiamo dalle mie domande.

Un benvenuto ai The Dead Man In L.A., che ringrazio per aver accettato di giocare con un formato un po’ insolito per le interviste. Allora, il nome del progetto deriva da un racconto di Borges che si intitola “Il Morto”, che riassume le avventure di un uomo desideroso di potere che tenta di sottrarlo a coloro che lo detengono, finendo ingannato, disilluso ed infine ucciso. Un racconto senza tempo, in fondo, che però vi ha ispirato una trasposizione ironica delle vicende ivi narrate nella Los Angeles dei giorni nostri. In che senso avviene questa trasposizione e, soprattutto, perché a Los Angeles?

Questa domanda ci piace molto in quanto ci taniamo abbastanza a mettere un pò le “mani avanti” in merito all’origine del nome del progetto.

Non a caso, tra le primissime cose che abbiamo pubblicato sui nostri social, c’è stata proprio una “spiegazione”, sintetica ma efficace, dell’origine del nome (scritta sia in italiano che in inglese) alla quale mi sembra che già ti ci sia riferito all’interno di questa domanda.

La trama, sinteticamente (molto sinteticamente), diciamo “riducendola all’osso”, è proprio quella che hai descritto, farei solo presente che più che “coloro che lo detengono” si parla di una singola persona in particolare, ed è incentrata sul particolare rapporto tra questi due personaggi: Azevedo Bandeira e Benjamìn Otàlora.

Dicevo che ci teniamo molto a specificare queste cose in quanto i fraintendimenti, la malizia e questo genere di critiche sono spesso dietro l’angolo. Dunque, venendo alla risposta vera e propria, direi che questo racconto lo lessi per la prima volta anni fa, parliamo del 2001-2002.

Tra tutti i racconti dell’Aleph (il libro da cui é tratto) é stato senza dubbio quello che mi aveva colpito di più, nonostante tutto il libro sia magnifico ho trovato “Il Morto” particolarmente bello.

Con il tempo l’ho letto molte volte, fino addirittura a ricordare a memoria certi punti, é una cosa che mi é davvero “entrata in testa”, come una poesia che hai imparato molto bene a memoria, magari da piccolo e te la ricordi per sempre, che rimane nella cosiddetta memoria lunga (a me é rimasto questo racconto :D).

Senza precisare troppo le ragioni per le quali sia stato colpito così, direi di sicuro lo stile narrativo, il finale mozzafiato, lo scorrere assurdo, la capacità di Borges di concentrare in 30 righe di narrazione un evento che normalmente richiederebbe magari 5 pagine, riuscendo a non “togliere” nulla al lettore, la capacità di farti entrare nei suoi personaggi con una facilità incredibile etc.

Insomma mi sono sempre “portato dietro” (o meglio dentro) questo racconto.

Venendo a Los Angeles, invece, é un posto dove sono stato più volte, é una città (chiamiamola così), fantastica, che adoro. Proviene da lì la stragrande maggioranza della musica che ho sempre ascoltato, del cinema e quasi tutti i miei interessi, é “potenza creativa” allo stato puro.

La prima volta che ci sono andato (ero da solo) mi ha fatto un’ impressione assurda, quasi “surreale”, che mai mi sarei aspettato.

Rimasi stupito: appena l’aereo atterrò mi sentii contemporaneamente “a casa”, spaesato, impaurito, deluso, eccitato; poi il fatto che ci sia tornato altre cinque volte, la dice lunga su cosa abbia prevalso.

Durante le mie permanenze lì, senza una ragione in particolare, mi venne in mente “Il Morto” di Borges (può anche esserci l’ipotesi che una delle volte che lo rilessi fu proprio lì, ho un vago ricordo).

Successivamente, riflettendo tra me e me, mi venne in mente una storia “lampo”, ambientata appunto a Los Angeles, che aveva una morale un pò simile a quella che si cela dietro il racconto di Borges, quella a cui abbiamo accennato prima.

Una storia banalissima semplicissima, direi un semplice aneddoto immaginario, ironico in quanto “non proprio” realistico (insomma difficilmente ai giorni d’oggi accadono cose così) il quale fondamentalmente si basa sui concetti di inganno e illusione.

In particolare sul fatto che qualcuno possa essere in grado di generare una certa “coscienza” all’interno di un’ altra persona, in maniera impeccabile, quasi demiurgica, a tal punto da non suscitare mai in lui alcun dubbio sulla sua stessa realtà, tranne che nell’ultimo istante della sua vita…non continuo per non spoilerare.

Hai detto bene comunque: l’aneddoto immaginato è una sorta di “trasposizione” del racconto originale.

Sommando quindi queste due cose è venuto fuori il nome del progetto: da una parte “The Dead Man”, il titolo del racconto di Borges tradotto inglese e dall’altra“in L.A.”

Trasposto (ci piace il termine) a Los Angeles.

“Il giorno di polvere” è il primo brano di un EP che sarà pubblicato intorno a settembre, probabilmente anticipato da altri due singoli. Quali sono le vostre influenze?

Abbiamo detto Settembre per stare un pò larghi in quanto, per le ragioni che sappiamo, di questi tempi non si riescono a fare “piani” facilmente, parlerei anche di Ottobre, ma magari se ci riusciamo a sbrigare anche prima.

Per quanto riguarda le influenze musicali, in generale musica rock e metal.

Nello specifico: i Tool, gli A Perfect Circle, lo stoner-rock, le band noise e grunge anni ’90, ma anche l’heavy metal più classico, ad esempio gli Iron Maiden.

Sempre più spesso le band italiane scelgono di cantare in lingua inglese. Vuoi perché la considerano più adatta al rock, inteso come macrogenere, vuoi perché è la lingua internazionale per eccellenza, una sorta di esperanto che tutti, o quasi, capiscono. Voi invece avete preferito la madrelingua, scelta che personalmente approvo e sostengo, ma che in effetti potrebbe rappresentare un “limite” alla diffusione del vostro messaggio. La domanda è ormai chiara: perché l’Italiano?

La domanda mi fa capire che siamo abbastanza in accordo con quanto abbiamo risposto in una delle nostre auto-domande, cioè sul fatto di considerare la lingua in cui si canta come una sorta di mezzo o di strumento (forse proprio nel senso musicale del termine) per provare ad “incanalarsi” nelle aree geografiche di interesse, magari semplicemente perché si ritiene che in certe aree sia più o meno diffuso un certo genere di musica e potrebbe quindi essere sensato proporsi lì.

Questa è una delle due ragioni per le quali abbiamo scelto di cantare in italiano; ciò non toglie però che abbiamo anche intenzione di fare una versione “speculare” dell’EP in inglese appena lo reputeremo opportuno.

La scelta di fare questa prima versione specificatamente in italiano è anche dovuta, come dicevamo, a scelte “artistiche”: la voglia di ricercare “un pò” all’interno del testo italiano è qualcosa che ci piace, anche proprio per il fatto che, come hai detto, é la “madrelingua”.

Sono del parere che la potenzialità dell’italiano é ottima e che in passato sono state scritte bellissime canzoni. Non sono molto d’accordo nel pensare che ci siano generi, come il rock o il metal, che non si adattano alla lingua italiana.

Ultima domanda: Cosa ne pensate delle piattaforme digitali? Tra chi ipotizza scenari in cui si sostituiranno alle case discografiche e chi invece sostiene che ad essere sostituita sarà la musica a favore del podcast, per gli artisti il gioco vale sempre, vale ancora, la candela?

“Cose ne pensiamo delle piattaforme digitali”: è davvero difficile rispondere, forse che dovrebbero essere solo una sorta di ascolto “temporaneo”, “parziale”, “on the fly”, una cosa “tascabile”, buona per essere portata in giro (come erano ad esempio in passato la cassetta e il walkman) mentre invece il supporto vero e proprio, al giorno d’oggi, dovrebbe essere il vinile e diciamocela tutta, per fortuna (colpo di coda o giustizia divina), è tornato alla grande.

Una nota di merito anche al buon CD che, tutto sommato, può essere ancora un buon compromesso tra qualità audio e “oggetto discografico”.

Lo scenario che le piattaforme possano sostituire le case discografiche nella mia ottica non penso possa divenire una realtà, o meglio se questo è possibile e cosi andrà a finire sul serio, difficilmente potrei pensare che questo possa andare a vantaggio della musica, per tutte le argomentazioni descritte nella risposta alla seconda auto domanda.

Sul discorso del podcast non saprei, per certi versi sembra anche una cosa “intrigante”, ma credo che però sia un pò troppo legata al periodo in cui siamo e quindi parlarne ora è un pò “di parte”.

Attualmente mi sembra di vedere che molte band e artisti stanno cercando di trovare soluzioni (magari anche intelligenti) alla situazione in cui siamo, forse per non perdere tempo o per cercare di tamponare un pò le perdite economiche.

In ogni modo non credo che il podcast possa sostituirsi all’incisione, magari diventerà un ulteriore modo di fruizione della musica, che si affiancherà allo streaming dalle piattaforme, ma la musica incisa credo che difficilmente verrà tolta di mezzo completamente, primo perché la registrazione in studio difficilmente sarà qualitativamente inferiore allo streaming (ricordiamoci che come si evolve lo streaming si evolvono anche le tecnologie di registrazione e riproduzione) e anche se questo ipoteticamente potrà venir meno rimane sempre che il supporto fisico é un qualcosa che si distacca dalla musica stessa, é un qualcosa che si avvicina di più ad “un’ opera d’arte” a se stante.

Parlo delle fotografie, dell’artwork, dei testi, delle illustrazione presenti nelle copertine, nei retro, nei booklet all’interno dei dischi che, in certi casi, varrebbe la pena di avere anche senza il disco stesso.

Se poi lo scenario di cui parliamo è: il gruppo non va più in studio, ha un brano pronto che é in grado di eseguire dal vivo, viene invitato ad una trasmissione podcast, sul set (che, a questo punto, può anche essere un vero e proprio studio di registrazione) viene ripreso dallo “Steve Albini” di turno, come se si stesse incidendo in studio, viene mandato in onda, la qualità digitale è quella del CD e lo streaming senza perdita di qualità alcuna…va bene facciamo di tutto per complicarci la vita, ma ne verrà comunque meno la produzione artistica (la sperimentazione) e la bellezza del supporto fisico.

A mio avviso sembra uno scenario alquanto limitato o almeno perfetto per lavorare e produrre musica in maniera “scomoda”.

Spero di aver risposto alla domanda.

Direi proprio di si! A questo punto tocca a voi farvi le domande che avreste voluto che vi facessi.

Perché fare musica ed in particolare questo genere?

Risponderei alla domanda dicendo che, a mio avviso, i musicisti si possano dividere in 5 gruppi:

Appartengono al primo quelli che non dedicano il loro tempo alla creazione o alla composizione di canzoni, brani, pezzi (chiamiamoli come vogliamo) propri, ma sono soliti dedicarsi quasi esclusivamente allo strumento che suonano, magari diventando nel tempo degli ottimi esecutori, adattandosi bene sia alle esibizioni live che alle riprese in studio (in questo caso parliamo dei cosiddetti “tournisti”), quelli che si orientano all’insegnamento e quelli che fanno del suonare lo strumento, quasi esclusivamente, una passione.

Appartengono al secondo gruppo quelli che credono che fare musica consista solo nel comporre brani propri ma, trovandosi nella situazione di dover vivere di musica, sono costretti ad andare incontro alle esigenze di mercato e ad adattarsi.

Al terzo gruppo appartengono quelli che credono che fare musica consista solo nel comporre brani propri e che si ostinano a fare quello che gli pare, a “tutti i costi”, anche andando incontro all’ insuccesso o in certi casi anche al successo ma, per qualche ragione, non sono obbligati a fare musica per sopravvivere (non nel caso di successo, mi auguro) e lo fanno quasi esclusivamente per passione, spesso componendo esclusivamente quello che gli va di comporre.

Poi c’è il quarto gruppo al quale appartengono quelli che davvero se la spadroneggiano e fanno quello che gli pare tanto venderà, sarà un successo e molto probabilmente vivranno di quello: le famose “rock star.”

E infine c’è l’ultimo gruppo, non a caso, di quelli che fanno (o forse fanno finta) di fare musica solo per apparire in “quei panni”.

All’interno della nostra band ci barcameniamo tra il primo e il terzo gruppo, quindi per rispondere alla domanda: per passione.

Infatti c’è un denominatore comune tra questi due gruppi.

Perché questo genere? Perché questo è quello che ci viene da fare spontaneamente, appunto per piacere personale, senza doppi fini, sono le sonorità che ci piacciono, e non si sta parlando del “noise” o dello “stoner” o di qualsiasi altra sfaccettatura, si parla di quello che è: rock? metal? …Quello.

Come dovrebbe funzionare il mercato musicale secondo voi? Quale dovrebbe essere il “ciclo di vita” di una band/solista?

Secondo me l’iter dovrebbe essere il seguente: si dedica un periodo di tempo alla composizione e alla scrittura dei brani (diversi mesi), una volta che la musica è pronta per essere registrata/incisa, si va in studio e nel giro di alcune settimane (da due a quattro/cinque settimane, di tempo totale intendo) si termina il lavoro, arrivando al prodotto finale, un EP o un LP.

A quel punto deve esserci qualcun’ altro che lavora per la band o per l’artista allo scopo di fare un certo tipo di lavoro che NON spetta al musicista.

Cerchiamo di capire: l’artista/musicista ha già lavorato, ha già fatto la sua parte, ovvero ha composto la musica, ha dedicato tempo a questo: si è recato in sala prove, si è recato in studio dove si sarà fatto un bel “mazzo” ad eseguire più volte lo stesso giro, lo stesso brano, a spostare e trasportare amplificatori, testate, cabinet, a cambiare le corde della chitarra, le pelli della batteria, a portare le aste della batteria, i piatti, ad impararsi a memoria tutti i brani, a trascriverli, se è un cantante a rompersi la gola, la testa, il fiato e a metterci la faccia, insomma perché poi deve essere anche esperto di marketing???

Non credo che sia corretto che si pretenda che faccia anche quel tipo di lavoro, devono esserci le strutture che lo fanno e che hanno voglia di farlo perché gli piace il prodotto musicale, e che semplicemente lavorano su una “seconda fase” del processo di produzione della musica.

Insomma si lavora, tutti, per un unico processo. Ci tengo a sottolineare questo perché penso siano “deliranti” certi discorsi, piuttosto frequenti, che molto spesso pretendono, o danno per scontato, che il “musicista di oggi” debba saper fare questo, in sostanza a perder tempo nel fare cose che non gli spettano, per cosa?

Sapersi vendere! Questa è la risposta che danno. Ci si chiede però perché uno che sa fare musica deve essere bravo anche a vendere? Cosa c’entra? Dove è scritto? A mio avviso sono due cose che non c’entrano niente l’una con l’altra.

Non è un commerciante o un venditore, è un musicista. Detto questo, tornando all’iter, la musica prodotta deve essere distribuita e fatta circolare nei canali giusti. A quel punto se ci si aspetta che un’ eventuale esibizione dal vivo, di tale band o artista, in un determinato luogo, potrebbe coinvolgere, attirare, un certo numero di persone, è necessaria l’organizzazione di concerti dal vivo (tour).

Terminato il tour la band deve ritornare alla fase di composizione e, a questo punto, in un certo senso, ricomincia un nuovo ciclo. Questo secondo me è l’iter giusto.

Non credo che sia nemmeno corretto invertire il discorso del live con la produzione e la distribuzione discografica, reputo che il primo sia conseguenza di questi ultimi e non viceversa, a meno che non sei un busker.

Sappiamo che nei precedenti progetti musicali cantavate in inglese e prima ancora in italiano, perché tutti questi cambiamenti?

A mio avviso non è una cosa che ha molto peso in quello che si fa e forse questo già risponde alla domanda.

Alla base della scelta sta, da una parte, il decidere dove ci si vuole “muovere”, premesso che ci si riesca a muovere, in quanto il settore musicale, come si sa, è saturo ed é difficile, almeno per noi, anche trovare una serata dal vivo o un passaggio per radio, figuriamoci poter decidere dove.

Se si pensa di avere una buona conoscenza dell’inglese si può provare a scrivere in inglese ma non è facile scriverlo come se si fosse una band inglese o americana, ritengo che non ci si potrà mai riuscire del tutto, a meno che non si viva lì da un bel po’ di tempo o si é originari del posto, perché é proprio un discorso di “costume” e forse direi di “tradizione”.

Questo lo dimostra il fatto che provando a tradurre alla lettera dei testi scritti in inglese il risultato è quasi “ridicolo”.

Un po’ come negli anni ’80 o ’90 certi titoli dei film venivano completamente stravolti o spesso, se erano tradotti alla lettera, erano appunto quasi “ridicoli”.

Detto questo (che diciamo non c’entra nulla con la domanda) ritengo che il passare da una lingua ad un’ altra richieda un riadattamento della forma del testo.

Quindi, tornando a noi, le ragioni dei vari cambiamenti credo siano di due tipi: una legata a dove ci si vuole o ci si può muovere (intendo proprio l’area geografica), in termini di promozione e distribuzione; scelta “logistica” che può essere fatta anche in funzione del genere di musica che viene proposto.

L’altra legata alla scelta di dare una forma o un’altra a quello che si sta scrivendo, scelta che forse per noi, da un progetto all’altro, é mutata nel tempo ma esclusivamente per decisioni artistiche, allo stesso identico modo di come sono cambiate un pò le sonorità, il fatto di utilizzare o meno l’elettronica nei brani o un suono di chitarra piuttosto che un altro.

E siamo cosi giunti al termine della prima Slush Puppie Interview, dove le domande del blogger si mescolano a quelle cui gli artisti avrebbero voluto rispondere. Un grazie di cuore ai The Dead Man In LA. Rimanete sintonizzati.

The Dead Man In L.A. – Il giorno di polvere

Comincia con un piglio aggressivo, il giorno di polvere. Un’alleanza distopica tra una sezione ritmica ipnotica e riff lancinanti prevale su una voce lontana che sbraita, squarciandosi la gola, qualcosa a proposito di un viaggio allucinante, di spettri e serpi deliranti. A tratti, dissolvenze di puro rock alternativo italiano made in ’90, sulla sponda del noise. Quella Catartica, per dire. Non che qui il buio si sciolga, ma almeno si vede tutto, dice la voce approfittando della caduca quiete prima di ricominciare a sfiatarsi. Non amo il loop. Attendo quindi il seguito. Che poi è la missione compiuta del singolo, non credete?

SCRIVIMI DUE RIGHE

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